Uno dei meriti del libro consiste nel fatto che questo veneziano pazzerello trasforma la tristezza di questo quartiere in una girandola di situazioni surreali e divertenti. Il suo “grimaldello” è uno strano albergo, proprio nel centro del quartiere, testimonianza del mondo galiziano perduto. Le camere sono arredate con vecchi mobili, ovunque alle pareti ci sono mappe ottocentesche; i corridoi sono pieni di pile di libri (perché l’albergo è anche una casa editrice e una libreria) e la sala da pranzo sembra un salotto borghese fasciato di centrini e velluti. Una grande poltrona in pelle consunta, quasi un trono, è sovrastata dal ritratto di un grande musicista klezmer che là passava le giornate e amava dire: “Quasi ogni donna che si è seduta su questa poltrona poi è rimasta incinta”. Per Jacopo è come se si fosse aperta una porta magica e fosse precipitato nel paese delle meraviglie. E là dentro, magicamente, riesce anche a introdurre, nel menù tradizionale del ristorante, i venezianissimi bigoli in salsa.
Dentro e attorno alla Locanda Stryjkowski ruotano i personaggi più singolari, ognuno accompagnato da una storia personale sorprendente. Lo “straniero” Jacopo, come un demiurgo, le catalizza tutte e ce le fa, a modo suo, conoscere. Quei personaggi finiscono col collegarsi, agli occhi del lettore sempre più incuriosito, grazie a Jacopo che da passivo spettatore diventa mano a mano una sorta di baldanzoso direttore d’orchestra. Nasce così la “banda Stryjkowski”. Si realizza quella sorta di “gruppo in fusione” della quale parlava Jean-Paul Sartre ne La critica della ragion dialettica (1960): persone che incrociano e associano i loro destini. I fili dei personaggi si intrecciano e si incontrano con manifestazioni di bella e simpatica umanità e solidarietà.
Francesco Matteo Cataluccio

